La mafia è una montagna di merda

PeppinoImpastato

È il 9 Maggio, giornata dedicata alle vittime del terrorismo e alle stragi di mafia. Io oggi voglio ricordare un grande uomo. Nell’omertosa Sicilia degli anni ’70 un ragazzo, con l’unica arma a sua disposizione, la voce, si ribellò contro la mafia. È Giuseppe Impastato. È morto. L’ha ucciso la mafia. Ma la sua denuncia resta nelle nostre menti, nelle nostre parole. Non restiamo in silenzio. La mafia uccide, il silenzio pure.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi (Palermo) il 5 Gennaio 1948, da una famiglia mafiosa. Da ragazzo avvia un’attività politica e culturale per combattere la mafia. Dal 1968 partecipa a gruppi comunisti e nel 1976 organizza il gruppo “Musica e Cultura” che svolge cineforum, attività musicali, teatrali e dibattiti. Nello stesso anno fonda Radio Aut. Il microfono della radio diventa il principale strumento di lotta e di denuncia degli affari della mafia e del “capomafia” Gaetano Badalamenti impegnato in attività illegali, tra i quali  commerci di droga. Giuseppe Impastato viene ucciso il 9 maggio 1978. Con il suo cadavere viene messo in scena un attentato per far credere che la vittima fosse suicida: una carica di tritolo viene fatta esplodere sotto il suo corpo steso sui binari della ferrovia. L’uccisione, avvenuta di notte, è oscurata dalla morte del presidente della DC Aldo Moro. La sua tragedia resta ignota fino all’uscita del film “Cento passi” di Marco Tullio Giordana, che racconta la sua vita e la sua lotta alla mafia. Il titolo prende spunto dai  reali cento passi che separano la casa della famiglia Impastato dall’abitazione del capomafia Badalamenti. Sono i cento passi contro la mafia.

“Io voglio urlare che la mafia è una montagna di merda. Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente.” Dal film “Cento passi”.

ODE A PEPPINO IMPASTATO

dalla mamma Felicia

Chistu unn’è me figghiu.                       Questo non è mio figlio.

Chisti un su li so manu                           Queste non sono le sue mani

chista unn’è la so facci.                          Questa non è la sua faccia

Sti quattro pizzudda di carni                 Questi quattro brandelli di carne

un li fici iu.                                                Non li ho fatti io.

Me fighhiu era la vuci                            Mio figlio era la voce

chi gridava ’nta chiazza                         che gridava nella piazza

eru lu rasolu ammulatu                         era il rasoio affilato

di lo so paroli                                               delle sue parola

era la rabbia                                           era la rabbia

era l’amuri                                              era l’amore

chi vulia nasciri                                      che voleva nascere

chi vulia crisciri.                                     Che voleva crescere.

Chistu era me figghiu                           Questo era mio figlio

quannu era vivu,                                   quando era vivo,

quannu luttava cu tutti:                       quando lottava contro tutti:

mafiusi, fascisti,                                     mafiosi, fascisti

omini di panza                                        uomini di pancia

ca un vannu mancu un suordu   che non valgono nemmeno un soldo

patri senza figghi                                    padri senza figli

lupi senza pietà.                                      Lupi senza pietà.

Parru cu iddu vivu                                 Parlo con lui vivo

un sacciu parrari                                non so parlare

cu li morti.                                                Con i morti.

L’aspettu iornu e notti,                       l’aspetto giorno e notte,

ora si grapi la porta                               ora si apre la porta,

trasi, m’abbrazza,                                 entra, mi abbraccia,

lu chiamu, è nna so stanza                lo chiamo, è nella sua stanza

chi studìa, ora nesci,                            che studia, ora esce

ora torna, la facci                                   ora torna, il viso

niura come la notti,                              nero come la notte

ma si ridi è lu suli                                   ma se ride è il sole

chi spunta pi la prima vota,               che spunta per la prima volta

lu suli picciriddu.                                    Il sole bambino.

Chistu unn’è me figghiu.                   Questo non è mio figlio.

Stu tabbutu chinu                                Questa bara piena

di pizzudda di carni                               di brandelli di carne

unn’è di Pippinu.                                  Non è di Peppino.

Cca dintra ci sunnu                               Qui dentro ci sono

tutti li figghi                                             tutti i figli

chi un puottiru nasciri                         non nati

di n’autra Sicilia                                     di un’altra Sicilia.

1979,Felicia Impastato.

NATALIA   ROSSO

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