La forza della modernità. Arti in Italia 1920-1950

Il Pesce Conferenziere di Depero

Il Pesce Conferenziere di Depero

La forza della modernità. Arti in Italia 1920-1950

” è una mostra della Fondazione Centro Studi sull’arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti.

Nasce dalla collaborazione con i prestigiosi musei di Genova, Faenza, Doccia e Feltre, e con i prestatori di svariate città italiane, che ha permesso una rassegna dedicata alle arti in Italia fra il 1920 e il 1950, rivolgendosi all’interesse sempre crescente per le espressioni artistiche e di pensiero del Novecento. L’intento dei curatori Maria Flora Giubilei e Valerio Terraroli è stato quello di mettere in luce le relazioni culturali intercorrenti tra i molteplici aspetti che le “arti decorative” assumono nell’arco dei decenni analizzati, e quanto contemporaneamente avviene nei campi dell’arte figurativa. In quest’ottica, l’obiettivo è stato quello di definire il carattere di vera e propria espressione artistica, maggiore e non minore, delle arti decorative, e di mettere in luce quel comune sentire tra queste e le arti figurative caratteristiche di quel significativo momento, preludio alla nascita del design italiano (affermatosi nei primi decenni del secondo dopoguerra). Pertanto il ruolo fondamentale dei prodotti di arte decorativa è quello di chiave di lettura per la comprensione critica di un’epoca.

Ma perché “Forza della modernità”? La professoressa Capitanio (corso di Storia delle arti decorative e industriali, che ha accompagnato un gruppo il 5 maggio) ha spiegato che negli anni tra le due guerre in Italia si manifesta la necessità di “fare arte” ma senza confini, senza “steccati”, in cui pittura e scultura si intrecciano in aperto dialogo alle arti applicate.

I risultati di questo dialogo sono evidenti in una delle prime opere in cui ci si imbatte nella mostra:

i Re Magi di Zecchin

i Re Magi di Zecchin

l’arazzo Re magi di Zecchin è chiaramente realizzato con una tecnica non propria delle arti figurative, ma subisce pienamente l’influenza di Klimt e dell’arte viennese di inizio secolo, come pochi in Italia in quel momento. Gli abiti dei Re Magi sono riccamente decorati con motivi risultanti dalla rielaborazione delle decorazioni di abiti antichi, medievali e rinascimentali. Nell’opera pittorica Salomè, sempre di Zecchin, si ha il medesimo tentativo, e tuttavia l’effetto non risulta tanto efficace quanto nell’arazzo; la bidimensionalità dei corpi, i drappeggi, paiono “appoggiarsi” più alle arti decorative che figurative.

Nella SEZIONE 3 (Anni Venti) si ha un interessante accostamento di opere, per cui si nota il variegato panorama artistico e le varie influenze di quel decennio: se Quiete (Quiete II) di Carena appare più come una retroguardia nel suo cézannismo provinciale, con il realismo magico di Abbandono o nudo di schiena di Casorati si ha come un ritorno all’ordine, mentre le

Maioliche di Gio Ponti

Maioliche di Gio Ponti

maioliche di Gio Ponti per la manifattura Richard-Ginori, mostrano un vero e proprio superamento dell’avanguardia, con l’astrazione formale che gioca con la forma dell’oggetto e le figure femminili decò imbrigliate nella decorazione, fra l’esterno e un ipotetico interno.

E tuttavia un nome importante, come quello di Ponti -personaggio indubbiamente innovativo-, può anche essere, talvolta, portatore di tradizione:

la sua porcellana La terra promessa (i vendemmiatori) risulta molto più ancorata al passato rispetto ai Portatori d’uva di Pippo Rizzo,

confronto fra Rizzo e Ponti

confronto fra Rizzo e Ponti

le cui figure umane sono come omini meccanici, realizzati attraverso “cilindro, cono e sfera”.

La mostra prosegue fino alla SEZIONE 6, Wunderkammer (“camera delle meraviglie”): qui si possono ammirare oggetti realizzati in metalli preziosi e pietre dure e smalti, ma anche vasi e brocche che, per purezza di linee e scelta cromatica sono attualissimi.

Da non perdere:

l’Orcio Prospettica di Ponti, vero protagonista della mostra (in copertina sul catalogo); la tarsia in panno de Il pesce conferenziere di Depero; i pannelli di

 Orcio Prospettica di Ponti

Orcio Prospettica di Ponti

Fontana, la cui realizzazione, in ceramica con spazi vuoti, altro non sarà che il preludio alle tele con i tagli; la Dattilografa di Leoncillo Leonardi, scultura che ricorda l’Arlecchino di Picasso e nobilita come materiale da arte figurativa la ceramica;

Il Portaombrelli Spaziale della Campi, in cui i pieni e i vuoti dimostrano la conoscenza delle novità introdotte da Lucio Fontana e la vicinanza alle sculture di Henri Moore.

Il frutto di questa passeggiata di trent’anni è la consapevolezza del fatto che l’arte degli anni ‘50 altro non è che figlia dell’arte decorativa applicata degli anni ’20,’30 e ’40.

FEDERICA BALDASSARRE

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