Tiziano alle Scuderie del Quirinale

Tiziano_Locandina

“Nel cerchio il principio è tale che fine e principio sono una cosa sola […] Tutto ciò deduciamo da lui , che, non avendo né principio, né fine, è eterno, infinitamente uno e infinito in capacità” (Nicolò Da Cusa)              

Il Tiziano della prima sala delle Scuderie del Quirinale è quello della decima che congeda il visitatore. Un percorso acronologico e sovratemporale fa fronte agli spazi penalizzanti dell’edificio romano per  affrontare un colosso della pittura nel modo migliore, senza obbligarlo ad un principio né ad una fine. Il Martirio di San Lorenzo (1547-1559) ci accoglie nel suo incandescente abbraccio di benvenuto; l’autoritratto di Tiziano del 1565, incurante della nostra presenza, osserva come noi la sua tela che pare prendere fuoco insieme al santo martire. Ci vince il terribile presagio di una conclusione imminente cui solo l’ artefice è estraneo: già sa che più in là, nella sala 5, l’ Annunciazione di San Salvador (1563-1565) , ultima opera esposta al pianterreno, interviene con la sua iscrizione a ricordare “ ignis ardens non comburens”. E in effetti la parentesi ritrattistica tizianesca, aperta al piano superiore, giunge come la quiete dopo la tempesta: nulla appare più perduto; persino quelle mani così poco pentite della Maddalena (1531-1535) godono del nostro immediato perdono.

Se il Martirio di San Lorenzo ci inizia alla visita ma vince sull’avanzata, La Punizione di Marsia (1570-1576) ci saluta  ma il Tiziano dell’Autoritratto del 1562, posizionato alla sua destra, ha tutta l’aria di “qualcuno che ha appena iniziato”. Sembra più che consapevole del Rubens, del Renoir, del Rembrandt, del Manet che usciranno dalla sua costola. E’ forse di fronte alla Crocifissione di Ancona  (1557-1558), che impera nella quarta sala, nonostante le insidie dell’accademico e manierato San Giovanni Battista nel Deserto ( 1542), che i nostri pensieri prendono ad assecondare consapevoli la circolarità del percorso della mostra. Sbattono contro ad una pittura sfatta ed evanescente lontanissima dal colore vivace e “pizzicato” della Madonna Lochis (1507). La mano di San Giovanni Evangelista, così come quella del buon ladrone crocifisso della tela a fianco (Cristo crocifisso e il buon ladrone,1560-70) sfonda l’ orizzonte notturno , si tende spasmodicamente ad afferrare il cielo; un raro ma affamato sprazzo di luce divora  falangi e materia senza temere il “non finito”. E le mani dell’ultimo Tiziano sono quelle di un artista che non solo sa che la propria opera non può essere ridotta alla finitezza  ma  che è anche pronto a scommettere , al pari del pirandelliano Vitangelo Moscarda, che la vita non conclude.

Virginia Comoletti

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s