UN MAESTRO DEL RINASCIMENTO NELLE MARCHE, MOSTRA A VENARIA REALE

QUEI PIEDI INQUIETI DI LORENZO LOTTO

Lorenzo_Lotto_055

Allora mi alzo dal letto

E cerco un riquadro di vento

E trovo uno scacco di sole

Entro il quale poggio i piedi nudi.

Mi chiedo se a Lorenzo dispiaccia che gli si attribuisca il sussurro poetico della  Merini, poetessa che con lui condivise quell’inquietudine che è ad un tempo malattia e matrice di vita. Immagino di potere osare dal momento che sento questi versi compenetrarsi con la definizione che diede il grande Longhi della luce lottesca –soffio discontinuo vagante- , la quale dubito sia giunta all’artista indesiderata.

Non è cosa semplice ripercorrere la storia di Lorenzo Lotto (1480-1556), un rinascimentale che “col fervore del pellegrino e il piglio dell’atleta” (B. Berenson), correva bruciando il suo tempo alla ricerca di soluzioni pittoriche che sarebbero passate come testimone alle esclusive mani di Michelangelo Merisi. Secoli interi, non abbastanza allenati, l’hanno perso di vista e il nostro “Bolt” ha dovuto attendere il 1895 per essere riavvistato. Peccato che nessuno sia stato in grado, prima di Bernard Berenson, scorgere la grandezza  di quei “piedi miracolosi” nati a Venezia, esorditi a Treviso, premiati a Bergamo, allontanati a Roma e ricercati nella Marche. Chissà se Lorenzo ebbe la possibilità di innamorarsi dello Studio di piedi di un apostolo di Albrecht Dürer che aveva in stima più di un padre. Non lo sapremo mai, ma quel che è certo è che la sua arte è più vicina al maestro d’oltralpe che a quella degli eroi romani: “Lorenzo Lotto non celebra il predominio dell’uomo sulle cose che lo circondano ma (…) ci mostra una gente che ha bisogno di essere confortata e sorretta” (Berenson). Pietro Aretino, in una lettera del 1547 indirizzata all’artista, si dimostrava incapace di cogliere  vestigia divine nelle sue figure (mai assenti in quell’arte italiana incline a “far gli uomini come dei) e lo confortava a non disperare perché “lo essere superato nel mestiero di dipingere non si accosta punto a non vedersi agguagliare ne l’offizio de la religione. Talché il cielo vi ristorerà d’una gloria che passa del mondo la laude”.  Se si dovesse attribuire a Lotto una risposta alla provocazione, credo che non ne esisterebbe una migliore della firma ricorrente di  Jan Van Eyck: “Als ich kann” (come io posso). Il modesto veneziano si preoccupava di nutrire la sua contentabile poetica facendo coincidere la massima oggettività della rappresentazione artistica con la propria soggettività.

Roberto Longhi ha parlato di risultati precaravaggeschi osservando il volto di San Lorenzo nella pala dell’Alabarda (1539), e di Caravaggio in Lotto non v’è solo la luce ma anche quel particolare sentire che permette senza impedimenti all’angelo gaudenziano, inginocchiato sul gradino del trono della Pala di San Bernardino (1521), di abbandonare un piede nudo  penzoloni.

Una volta di più “inciampiamo in questi piedi”… mistero insvelato (e insvelabile?) del capolavoro della sua vecchiaia La presentazione al tempio (1552-1556), opera ora esaltata, ora accusata di recare i primi segni di stanchezza e di debolezza visiva dell’artista. Che si avvicini all’ultimo Tiziano è fuor di dubbio, o meglio è il cadorino a raggiungere quel genio inquieto che alle terminazioni marmoree dell’altare della Presentazione sostituisce quattro piedi umani.                                                                                                                    È lecito chiedersi se siano i piedi del Figliol prodigo rembrandtiano che ritorna al Padre? … Se poi dovesse riuscire fastidioso privarli di un significato compiuto, allora che almeno trovino posto nelle scarpe di Van Gogh e in quelle di nessun altro.

 

Ecco sto qui in ginocchio

Aspettando che un angelo mi sfiori

Leggermente con grazia

E intanto accarezzo i miei piedi pallidi

Con le dita vogliose d’amore

(Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento, da “La Terra Santa”, Alda Merini)

 Virginia Comoletti

 

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