MANET. RITORNO A VENEZIA

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IL LEI NON SA CHI SONO IO DI VICTORINE MEURENT

A grande richiesta, per la prima volta (e già si teme sia anche l’ultima), la star indiscussa dell’Orsay ha risposto all’invito della nostra Venere di Urbino: accompagnata dall’inseparabile dueña africana ha solcato le acque del Canal Grande di Venezia per concedere le sue squisite fattezze agli occhi degli ammiratori italiani. A Palazzo Ducale, posando senza veli, monopolizzerà i riflettori fino al primo settembre 2013.  Ai più, anche a coloro i quali non l’hanno ancora conosciuta ma possono vantare più disinvoltura con il fascino di Grace Kelly o con quello di Marylin Monroe, non deve sfuggire l’esistenza di una vita segreta e parallela nella realtà dell’ eterna diva. L’apparizione di Victorine Meurent -alias Olympia- a Venezia può davvero considerarsi totale concessione  o non è altro che l’ennesima dissimulazione studiata di una bellezza che si scopre per coprire qualche mistero?

I suoi occhi da cerbiatto profondi e attizzatori sono quelli dell’angelo nero di Baudelaire qui mettrait l’univers entier dans sa ruelle; gli stessi  che dal 24 aprile, rubata al tempo la sua fugacità, più brillanti che mai, tengono la laguna con il fiato sospeso e le rinnovano la  sfida lanciata al Salon parisien del 1865.  Victorine col mento appuntito e altero posa splendida, accoglie i mazzi floreali più generosi con pacata indifferenza, non si preoccupa delle sue gambe imperfette e forse un po’ corte: è capace di farsi piacere e ci riesce sempre.  E’ consapevole che in pochi (forse nessuno, forse qualche eletto) si allontaneranno dalle sue lenzuola avendola conosciuta veramente. “Lei non sa chi sono io” , e ancora  oggi che ha scelto l’Italia e questa straordinaria occasione per apparire finalmente disarmata senza più baluardi, non vuole smettere di ripetercelo.   Civetteria femminile…

Quando Édouard Manet espose la sua opera nel 1865 non gli vennero risparmiate le critiche più feroci: il mondo artistico dei Salons non poteva accettare una demi-mondaine nel suo boudoir al posto di una Venere classica. Manet si era occupato dell’ Olympia giustapponendo masse cromatche densamente saturate, compiendo un  lavoro d’intarsio en pleine lumière e sfruttando i contrasti tonali per recuperare le forme. Quest’ultima venne attaccata, come san Sebastiano, da tutte le angolazioni possibili: le si diede della marionetta legnosa , la sua mano a proteggere il pube divenne una viscida stella marina, la sua collanina graziosa un orribile “collier de chien”. Solo un’italiana coraggiosa, la signora Giulia Ramelli residente a Versailles, contattò l’artista per avviare la compravendita del dipinto. Forse è un po’ in ricordo di questo episodio, definito nel 1914 da Roberto Longhi  l’esperienza critica più felice dell’Ottocento, che la modella  ha deciso di soggiornare a Venezia per qualche tempo. Anche se non lo ammetterebbe mai, orgogliosa com’è, sa di dovere molto a Mme Ramelli la quale, prima fra tutti, comprese probabilmente che si può anche ammettere che la rigidezza della posa tolga al soggetto un poco del suo carattere di donna e suggerisca un poco il carattere di marionetta: ma l’arte non ha il dovere di rappresentare una donna piuttosto che una marionetta. Quel che importa è che la marionetta viva la sua vita propria (Lionello Venturi).                                                                                                                                                                                                                               

In via del tutto eccezionale, Victorine Meurent  ci svela che il suo boudoir è  la tavolozza di Manet; che il suo significato  insiste sull’esistenza di una logica immanente la superficie e che  il suo sguardo disibibito  non vuole essere una sfida nei confronti della tradizione ma il tentativo di aprire, con la chiave dei grandi maestri del passato, una nuova epoca artistica. Non è possibile fare del suo gatto nero un’allusione alla lussuria: se  avesse optato per distendersi su un lenzuolo cinabro o zaffiro, l’animale avrebbe avuto l’aspetto di un candido e innocuo micetto bianco. Ci invita a riscoprire nella consistenza materica della tela  la sua vera natura  e a risolvere  il suo mistero nel puro colore.  Si rassegna a spiegarci di essere  la visione della vita senza intellettualismo. (…)  e rubando il pensiero di Lionello Venturi giustifica e innalza al genio dell’artista moderno il proprio demiurgo, Manet. Alcuni pittori che conoscevano l’anatomia l’hanno dimenticata; che conoscevano la prospettiva l’hanno trascurata; che conoscevano la storia non ne hanno fatto il contenuto dell’arte loro; che conoscevano il chiaroscuro l’hanno sostituito con il risalto dei toni. Hanno sostituito a quel che sapevano quel che vedevano. A differenza del pittore del Rinascimento, il pittore moderno vede l’immagine, non si preoccupa di come è ma di come appare; e riesce a relizzarla come un fantasma soggettivo creato, anzichè come una realtà oggettiva riprodotta”.

Cara Victorine!  Non temere! Anche se ora sappiamo che nel fiore fra i tuoi capelli si nasconde l’essenza dell’arte moderna, il tuo vecchio monito  “Lei non sa chi sono io” ,  che riascoltiamo ogni volta che ti avviciniamo impacciati, non smetterà mai di impressionarci. 

Virginia Comoletti

 

 

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