MATISSE UND DIE FAUVES A VIENNA

matisse

UNA “BELLA” PER MATISSE

Le fiabe insegnano che tutte la storie che si rispettino non possono mancare di avere a che fare con una maledizione.  All’Albertina di Vienna l’esposizione “Matisse und die Fauves” ci racconterà l’artistica disavventura di Henri Matisse, tramutato in “bestia” dalla velonosa dichiarazione che il critico Vauxelles si permise  quando ancora il nostro protagonista, giovane pittore esordiente, era il “principe” cui il Salon d’Automne del 1905 faceva gli onori. La settima sala dell’esposizione raccoglieva opere di rampolli come lui votati ad un nuova e originale ricerca cromatica insieme ad un malcapitato busto di fanciullo dall’eleganza compassata e vagamente rinascimentale. Louis Vauxelles, scorgendo proprio quell’accademica scultura di Albert Marque, aveva esclamato -“C’est Donatello parmi les fauves!”-, lanciando così, forse all’insaputa dei poteri che avrebbe scatenato, la propria maledizione.                                                                                                                 Oggi il termine “fauvismo” è ormai divenuto una di quelle camicie di forza che non si possono più nè utilizzare nè abbandonare (R. Rosenblum) e pare che anche i manuali ci abbiano preso gusto a sottolineare l’istintività cromatica delle tele di Henri Matisse, André Derain, Albert Marquet, Kees van Dongen, Raoul Dufy, quasi a sostenere l’inevitabilità della loro condanna. Suggestionati a tal punto, ci viene difficile riscoprire le “possenti armonie” che questi giovani sognavano e, dietro la bestialità obbligante, far riemergere la poeticità della quale si servirono, guardando  a Delacroix, a Manet, agli impressionisti, ma soprattutto a Paul Gauguin, per liberare il colore delle convenzioni naturalistiche che proibivano ad un albero di sfoggiare una corteccia rosso vermiglio.

L’arte di Matisse e dei suoi compagnanos era maturata sull’insegnamento illuminante dell’artista moderno che non coglie più la realtà oggettiva di un soggetto indagato dietro una finestra (L.B. Alberti), bensì la realtà soggettiva di un oggetto partecipante delle forme, dello spazio e del tempo della  propria demiurigica coscienza. Le ricerche artistiche di fine Ottocento avevano ormai chiarito che “un quadro prima di essere un cavallo di battaglia o una donna nuda, è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori assemblati in un certo ordine” (M. Denis) e che il principio mimetico di riproduzione cessava di vincolare l’opera d’arte ormai “divinamente” impegnata alla creazione di spazi “altri” e del tutto autonomi. All’interno di tale contesto, i “fauves” cercavano di guadagnarsi un posto come padri di un’ innovativa concezione estetica e, dal momento che i Gedanken winckelmanniani non potevano più  tenere alcuna lezione, di riscrivere il significato di Bello. Lontani dalla disperazione deformante dell’espressionismo tedesco e dal suo orizzonte artistico impegnato ad urlare i drammi dell’epoca, ambivano a divenire  “i Raffaello” non certo le “bestie” del loro secolo. A Louis Vauxelles  mancò quella sensibilità penetrante in grado di cogliere che la piacevolezza di certe composizioni arabescate di Raoul Dufy, un rinato Renoir, si sarebbe facilmente intimorita di fronte alle componenti più crudamente realistiche dell’arte donatelliana.

Fortunatamente le fiabe insegnano anche che le maledizioni non sono irreversibili e all’Albertina Matisse pazienterà, dal 20 settembre 2013 al 12 gennaio 2014, sperando che sopraggiunga una Bella (meglio se “au chapeau”) in grado di guardarlo con gli occhi salvifici necessari a spezzare l’incantesimo.

Virginia Comoletti

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