Recensione della conferenza di Tomaso Montanari

Salve,
inserisco qui di seguito una mia personale riflessione sull’ incontro di giovedì scorso.
Il motivo per cui ho buttato giù queste brevi righe è semplice: cercare un confronto tra noi studenti, professori e ricercatori.
E’ alienante il fatto che non esista un vero e proprio dialogo al di fuori delle personali conoscenze.
Questo sito potrebbe dare l’input per creare un legame tra chi condivide interessi comuni.

Giovedì 26 settembre si sono aperte le celebrazioni per festeggiare il primo anno dalla riapertura del teatro Rossi. A farlo è stato Tomaso Montanari, presentando il libro “Le pietre e il popolo”; sono intervenuti Salvatore Settis e Michele Dantini.

“Essere presente”

Tre storici dell’arte, Tomaso Montanari, Salvatore Settis e Michele Dantini, hanno varcato le soglie del Teatro Rossi Aperto un tardo pomeriggio settembrino. Una volta accomodati nelle poltrone d’epoca, i relatori, avrebbero potuto tacere e lasciare parlare gli stucchi dorati, gli intonaci scrostati, lo scricchiolio di una trave di legno mossa da qualche fantasma rimasto in scena. Oppure, prediligere l’anima rinnovata e pulsante di quel teatro, le persone che, esattamente ad un anno di distanza, decisero di disseppellire dall’oblio e disuso uno spazio tanto pregiato, riconsegnandolo alla collettività. Vorrei condensare il tutto in un solo titolo: le pietre ed il popolo. Quello che Montanari ci ricorda è la valenza di civitas, un significato profondo che esce dalla contingenza del tempo per rispondere all’eternità. Per chi come me ha scelto di seguire un corso di laurea che porterà, forse un giorno, ad essere una nuova generazione di storici dell’arte, essere presenti giovedì all’intervento poteva voler significare qualcosa.

In questi mesi avvalendomi di siti internet e giornali, mi sono mantenuta in costante aggiornamento sull’effervescente dibattito che caratterizza il nostro patrimonio, in riferimento alla tutela, valorizzazione o mercificazione. Solitamente il promotore di tale riflessioni è lo “spietato” Montanari, nei cui articoli subentra il piacere della bella lettura al “J’accuse” che scuote le coscienze. Conoscendo quindi, i margini d’azione e pensiero dell’autore, dall’ incontro-sponsor non mi aspettavo di rimanere folgorata da qualche strabiliante rivelazione; confesso di essere stata mossa da qualcos’altro: la ricerca di un clima, che poteva crearsi tra noi studenti e della verifica visiva di quei signori di cui ho letto i pensieri.  Perché forse non si dovrebbe imparare questo sui banchi di scuola, ad allenare il nostro senso visivo? Per farne cosa? Individuare le mani dilungandosi in qualche diatriba attribuzionistica, indicare le tecniche, la cronologia e magari i contesti di produzione e fruizione. Un occhio allenato, per vedere e sapere.

Ieri, i tre storici dell’arte, hanno chiesto qualcosa di più: quello che andavo cercando. Volevo vedere quelle persone il cui sentir comune mi ha reso tanto cari; perché i falsi idoli vanno solo bruciati ed individuarne di veri, in un contesto corrotto come quello italiano, è un’ardua impresa. Conoscendo l’alta levatura sotto il profilo  professionale degli studiosi, avevo paura di scorgere personalità arroccate nei propri saperi, quelle che odorano di libri ingialliti e stantii e che ne sono al punto corrosi da misurare le persone a scatti di citazioni. Al rogo gli stolti! O peggio ancora, indovinare animi accesi dalla bramosia del potere (vedi le supposte ambizioni di un Settis ministro per i Beni e le Attività Culturali), della fama, del denaro. Invece nel corso degli interventi e del successivo dibattito, ho avvertito la voglia di condividere quel momento, quello spazio con tutti i presenti e non, le tre forme di lontananza di Salvatore Settis* erano tutte concretizzate lì. I libri possono essere tutt’ora un mezzo per esprimere pensieri alti, far circolare informazioni, tessere una coscienza da traslare in energia propulsiva. Mi limito, infine, a sottolineare due frasi pronunciate da Tomaso Montanari, che vorrei portare alla vostra attenzione. Vogliatemi scusare se non sono letteralmente le stesse proferite a voce.

“Bisogna continuare a fare storia dell’arte, una ricerca sì erudita, ma che abbia come fine una funzione civile; non la si può limitare alla cerchia di una ventina di persone.”

“I corsi di Beni Culturali, così come intesi oggi, dovrebbero chiudere domani!”

Non mi pronuncio al riguardo perché sono semplicemente una studentessa della triennale, in uno stato dal punto di vista dei risultati, paralizzato. Sono convinta però, che si possa sovvertire legalmente l’ordine delle cose nel momento in cui non rispondono più ai principi costitutivi. E’ nostro diritto e dovere.

Ci vediamo a lezione,

Francesca Maria Bertacca

* Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune.

 

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