MARINA CVETAEVA E RAINER MARIA RILKE: LETTERE

 

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IL LUI DEL MIO AMORE CHE NON E’ MAI ESISTITO AL DI FUORI DEL MIO AMORE

di Virginia Comoletti

Amando/resistiamo all’amato, ce ne liberiamo, tremanti:/

come la freccia resiste alla corda per essere, raccolta/

nel balzo,più di se stessa.

(Elegie duinesi, R.Maria Rilke)

A nulla sono valse le notti a lavorare “per forza di levare” sulla parola. E’ rimasta ingombrante questa mia ladra di sonno e, nella prepotenza ispirata del dirsi, robusta nella – e per – la volontà di formare il silenzio, ha vinto anche sullo scalpello dell’incapacità. Mi conviene incolpare, dunque, quelle notti dell’oggi che hanno dimenticato come alleggerirsi nelle frasi degli amanti di ieri, e procedere vergosnosa col mio fardello.

Si sono ormai esauriti i femminili sussurri –Quando penso a Te e me, penso a una finestra, non al letto- che innamoravano le ore del buio, e con essi credo i moderni tentativi di raccontare le lettere appassionate di due Grandi voci del Novecento. Già so che poeti colossali come Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva non potranno mai perdonare il mio pellegrinaggio al loro altare, col piede pesante e il cuore impoetico, e non mi perdonerò neanch’io: ma la parola, la parola-fardello, doveva entrare in questa Storia che l’ordine temporale odierno non conosce più, forse solo per (e parlando di “Pellegrinaggio” l’immagine di Giuseppe rimane sempre la più efficace) accendere un’ illusione al di là della nebbia.

L’epistolario in questione è forse tra i più brevi ma intensi del secolo scorso; senz’altro, lo confesso, la “Finestra” del mio amore di sempre. Si apre nell’ultimo anno di vita del poeta tedesco Rilke, il 1926, quando quest’ultimo viene sollecitato dall’amico Boris Pasternack ad inviare alla poetessa russa Marina Cvetaeva una sua antologia con tanto di dedica. L’entusiasmo di Marina nel riceverla si anima da subito divenendo forza coinvolgente: la donna attira il poeta in un vortice di disarmo e nudità. “Rainer Maria Rilke! Posso chiamarla così? Lei, incarnazione della Poesia, dovrebbe sapere che il Suo stesso nome è una poesia. Rainer Maria ha una risonanza religiosa, e infantile, e cavalleresca. Il suo nome non si intona coi tempi d’oggi, viene dal prima o dal dopo-o dal sempre”. Tra i due non avviene alcun punto di contatto al di fuori di quello epistolare: non mancano, tra una lettera e l’altra, di programmare un incontro in Francia, tacitamente d’accordo però a farlo rimanere puro espediente letterario. Continuano a scriversi incessantemente sino alla morte di lui avvenuta per leucemia nel dicembre del 1926.

“Che cosa voglio da Te Rainer? Nulla.Tutto. Che tu mi conceda di sollevare lo sguardo verso di Te ogni istante della mia vita, come verso un monte che mi protegge (un angelo custode di pietra!). Finchè non ti conoscevo, potevo farne a meno, ora che ti conosco mi è necessario un Tuo permesso”. Sulla carta da lettera la parola della Cvetaeva perennemente vive nella condizione di doversi negare per dirsi, la sua parola è ab origine Amore: esperienza di in- ed es-clusione al medesimo tempo; quella lente disvelante, descritta da Luis Borges in Amoroso Auspicio, che sa scorgere le rive estreme dell’essere Amato annullata la finzione del tempo e l’identità stessa dell’Amante. Il patto segretamente e intimamente stretto tra i due poeti riguarda proprio tale duplice annullamento: sin dall’inizio della loro corrispondenza sanno che non preferiranno la “vista” alle “visioni”, e che il loro sogno rimarrà monologo di nostalgia senza farsi dialogo di incontro (Il sogno è raramente dialogo, o sono io ad evocare l’altro nel sogno oppure è l’altro ad entrare nel mio sogno. E’ faccenda di uno solo, non di due -Marina-). Sono perfetti, Rainer e Marina, nel duetto per voce sola e, anche quando lei prega e lui promette, l’approdo alla terra delle labbra e delle mani congiunte rimane itaca d’utopia (il lui del mio amore che non è mai esistito al di fuori del mio amore). Ma è proprio necessario pregare e promettere se queste attitudini significano infine predisporsi a non smettere di “viaggiare la vita” nell’- e con l’ Amore: un viaggio che non contempla il punto di incontro tra due barche ma solo la bellezza del loro cammino dentro l’acqua.

Si può capire dunque il rifiuto di Marina di scrivere un saggio su Rilke all’indomani della sua morte: Non ho voglia di parlare di lui, ho voglia di parlare a lui. Non a loro di lui, a lui rendo lui stesso. Poichè lui è proprio quello che gli voglio dire. Una dichiarazione (che dichiarazione!) che assale, si china in cuore, sconvolge: anch’io -chinato il cuore- riconosco la profondità di un pensiero che si pronuncia nella volontà di rendere la persona amata a se stessa (Amando resistiamo all’amato, ce ne liberiamo tremanti -e ti vedrò forse per la prima volta/senza di me) , di parlare l’amato col “sei” e non col “sono” (è proprio lui quella cosa che gli voglio dire). L’esclusione che appariva dell’altro -Marina decide di non incontrare Rilke e Rilke decide di non incontrare Marina- in realtà diviene esclusione del  sè che si dona completamente all’altro, che si fa Altro-amato, che crea l’Amato (scorgerò quella riva estrema del tuo essere/ quale Dio) e gli conferisce un nome includendolo nell’esperienza vitale: “Io sono un’altra cosa: tutto ciò che Tu sei, ciò che è Tu- Rainer!”.

Non credo certo che due righe sgualcite come queste -sgualcite quanto le lenzuola delle notti senza finestre….- divengano un’analisi del testo. Fin da subito mi sono ripromessa di accompagnare, con il cappello introduttivo di cui sopra, i veri protagonisti della pagina: alcuni tra gli estratti più significativi dell’opera. Per questioni di spazio e tempo, ma soprattutto di “inclinazione simpatetica” ho deciso di limitarmi all’afflato di Marina, senz’altro la penna più espressionistica che in un lavorio quasi ossessionato di logoramento di sè dà vita al Lui-Rainer. Tra lacerazioni e graffianti frizioni, per temperamento dominante e quindi nella maggiore difficoltà dell’annullamento, partecipa più attivamente all’origine del suo amore. Rainer, al contrario, fisicamente e caratterialmente più debole di Marina, si abbandona quasi ad una volontà divina (come dimenticare che è il poeta di Dio per eccellenza) e si presta ad una metamorfosi che non ha del tormento ma della calma distesa e serena. Stilisticamente, classicismo tedesco ed espressionismo russo sono le barche che solcano il mare dell’epistolario: ma anche la lingua, nella distanza degli opposti, diviene come l’amore esperienza di in- ed es-clusione. “Si diventa poeti proprio per non essere francesi, tedeschi, russi, ma per essere tutto. Ovvero si è poeti perchè non si è russi. Nazionalità: es/in-clusione. Orfeo disgrega la nazionalità ovvero la dilata in lungo e in largo a tal punto che tutti vi siano compresi (vissuti e viventi). Altro che tedesco! Altro che russo!”.  E in effetti, alla fine, il russo di Marina si scopre capace di chiamarsi Rainer… e il tedesco di Rainer, beh… Marina.

Rainer ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome. (Domani sarà il sud!). Non l’ho accolto in casa, se n’è rimasto sulla soglia. Non è entrato in casa, ma mi ha portato con sè sul mare, appena mi sono addormentata. Dispensatori di segni e nulla più. E ‘ quell’essere in – ed es- clusi degli amanti (dal centro del Sempre). E’ il lungo tacito vagabondaggio della Luna. E comunque tutto ciò non significa altro se non: Ti Amo. Marina.

ESTRATTI dalle lettere di Marina Cvetaeva

Lei deve vedersi dai-/coi miei occhi: la Sua grandezza attraverso la loro grandezza quando io la guardo: la Sua grandezza attraverso tutta la lontananza.

Un poeta è colui che supera (ha da superare) la vita.

Non devi sentirti obbligato a rispondermi: so cosa significa il tempo e so cosa è una poesia. So pure che cosa è una lettera. Ecco.

Carissimo, io so già tutto -da me a Te-ma per molte cose è ancora troppo presto. Qualcosa in me deve ancora abituarsi a Te.

Prima della vita si è “sempre e tutto”, appena si vive si è “qualcosa e adesso” (si è / si ha -uguale per tutti!). Il mio amore per Te si è sminuzzato in giorni e lettere, in ore e righe. Di qui l’inquietudine, (per questo chiedesti quiete!). Una lettera oggi, una lettera domani. Tu vivi, io voglio VederTi! Trapianto dal Sempre all’Adesso. Di qui il tormento, la conta dei giorni, l’insignificanza di ogni singola ora, l’ora soltanto come passo innanzi… verso la lettera.

L’amore odia il poeta. Non vuole essere magnificato (è già abbastanza magnifico di per sè!), si ritiene un assoluto, l’unico assoluto. Non si fida di noi. Nel suo profondo sa di non essere magnifico (perciò è così dispotico) sa che magnifica è soltanto l’anima, e là dove inizia l’anima, finisce il corpo.

L’anima non è mai amata come il corpo, al massimo lodata. Il corpo lo si ama con mille anime. Chi mai s’è dannato per un’anima? E se anche qualcuno lo volesse, sarebbe impossibile: amare un’anima fino alla dannazione significa essere già angeli. Ci hanno sottratto, con l’inganno, tutto l’Inferno!

Io Ti amo e voglio dormire con Te -ma io lo dico con altra voce, il mio tono è molto diverso da quello della passione. Se mi prendessi con Te, prenderesti -les plus déserts lieux-. Tutto ciò che in me non dorme mai vorrebbe concedersi al sonno fra le tue braccia. Giù fino all’anima, questo sarebbe il bacio. Non incendio. Abisso.

Per il mio onomastico, dunque, il regalo più bello: la Tua lettera. Del tutto inattesa, come è stato ogni volta, non mi abituerò mai a Te (nè a me!), e neanche allo stupore, e ai miei pensieri per Te. Tu sei ciò che stanotte sognerò, ciò che stanotte mi sognerà. (Sognare o essere sognati?). Una sconosciuta in un sogno altrui. Non Ti attendo mai. Ti riconosco sempre. Se qualcuno sognerà Te e me insieme, allora, ci incontreremo.

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